La querela di falso è proponibile solo se l'Agenzia della Riscossione esibisce l'originale della relata di notifica.

28 febbraio 2020

STUDIO LEGALE TRIBUTARIO MARINO

Roma, Via Ruffini 2/a

 

Con l’ordinanza n. 2482/2020, la Corte di Cassazione torna sulla questione della produzione degli originali degli atti notificati al contribuente, esprimendo un interessante principio favorevole al contribuente.

 

 

Nel caso esaminato, l’Agenzia delle Entrate solo in grado d’appello aveva sollevato l’eccezione di tardività del ricorso introduttivo proposto da una società, oltre il termine di 60 giorni dalla data di notifica alla stessa dell’avviso di accertamento oggetto del giudizio.

 

La società replicava – sempre in grado d’appello – eccependo l’illeggibilità della data di notifica dell’atto impositivo da parte dell’Agenzia delle Entrate. Inoltre, disconosceva la firma apposta sull’avviso di ricevimento della raccomandata afferente all’atto (e, precisamente, nella casella riservata alla firma del “destinatario”) essendo stata tratta da un soggetto diverso dal “titolare” della società, il quale non aveva mai ricevuto personalmente la notifica dell’atto impugnato.

 

La Commissione di II grado di Trento accoglieva l’appello dell’Ufficio recependo l’argomentazione in favore dell’inammissibilità del ricorso e della tardività delle repliche della società contribuente in ordine sia all’illeggibilità della data di notifica esatta, sia al disconoscimento della firma del destinatario, rilevando che la società non aveva comunque esperito alcuna querela di falso in relazione alla notifica contestata.

 

 Il giudizio per la cassazione di tale sentenza veniva dunque imperniato dalla società  sulla base di sei motivi di ricorso ed, essenzialmente, per violazione di legge, non avendo i secondi Giudici rilevato che  “proprio perché l'eccezione di inammissibilità del ricorso di primo grado per tardività era stata sollevata, per la prima volta, in sede di appello dalla Agenzia delle Entrate, la società non poteva che sollevare le sue difese in sede di controdeduzioni in appello”, palesando – necessariamente solo in sede di gravame – sia l’obiezione relativa all’illeggibilità della data di notifica postale, sia il disconoscimento della firma del legale rappresentante apposta sull’avviso di ricevimento relativo all'atto impugnato.

 

Allo stesso tempo, la società censurava la sentenza per aver ritenuto i secondi Giudici che “la data di notifica a mezzo posta possa essere provata in base alla copia semplice dell'avviso di accertamento ed alla copia semplice della distinta del portalettere", allorché invece “il solo documento idoneo a provare il perfezionamento della notifica degli atti impositivi è rappresentato dall'originale dell'avviso di ricevimento”; a nulla rilevando che la società non abbia sporto la richiesta querela di falso, in quanto questa “può essere proposta contro l'originale dell'atto pubblico, ma non contro una mera copia semplice”.

 

Viceversa, avendo la società espressamente disconosciuto la sottoscrizione apposta sull’avviso di ricevimento della raccomandata relativa all’atto, e non avendo l’Ufficio prodotto né l’originale dell’atto né tanto meno l’originale della relativa relata di notificazione, i Giudici non avrebbero mai potuto riconoscere alla mera fotocopia allegata e disconosciuta dalla contribuente la stessa efficacia probatoria di una relata di notifica in originale.

 

I sei motivi di ricorso sopra brevemente sintetizzati, sono stati riuniti e congiuntamente accolti dalla Cassazione la quale ha statuito alcuni rilevanti principi in favore del contribuente.

 

Innanzitutto, riguardo alla tardività del ricorso introduttivo, afferma la Corte che in base ai criteri ordinari di riparto dell’onere probatorio fra le parti (per cui ciascuno è tenuto a provare i fatti costitutiva della sua domanda e delle sue eccezione), la parte che impugni un atto impositivo deducendo che la tardività del ricorso è dipesa dall’omessa notifica dell’atto stesso da parte dell’A.f. “non deve dimostrare che il provvedimento non le sia stato notificato”.

Al contrario, secondo costante giurisprudenza della Cassazione, è sull’Amministrazione Finanziaria che incombe l’onere di dimostrare la regolare notifica del proprio atto impositivo, “producendo copia autentica dell’atto impugnato, corredata della relata di notificazione" (anche Cass., 19072/2004; Cass., 6239/1996)”.

 

Ne consegue che, al fine di dimostrare la notificazione dell’atto impositivo, l’A.f. avrebbe dovuto fornirne la prova mediante l’esibizione dell’originale dell’avviso (disconosciuto dal contribuente dopo la produzione della mera fotocopia), dimostrando la data certa di notificazione.

 

Non sussiste inoltre, secondo la Corte, a seguito della contestazione – solo in grado d’appello – della tardività del ricorso introduttivo, alcuna tardività delle repliche ed eccezioni sollevate dalla società contribuente, la quale “ha facoltà di contraddire in ordine a questioni rilevate o rilevabili d'ufficio dal giudice o introdotte dalla controparte, nei limiti in cui ciò non determini un allargamento della causa petendi, individuata in relazione ai motivi di impugnazione dedotti con il ricorso introduttivo (Cass. 4 ottobre 2018, n. 24305)”.

 

Ma, soprattutto, di particolare importanza sono principi statuiti dalla Corte in merito alla disciplina degli artt. 2719 e seguenti del codice civile, che onerano l’Agenzia delle Entrate alla produzione dei propri atti in originali nel corso del processo tributario.

 

In proposito, si rammenta che se è vero che, ai sensi dell’art. 2719 c.c. “le copie fotografiche di scritture hanno la stessa efficacia delle autentiche, se la loro conformità con l'originale è attestata da pubblico ufficiale competente ovvero non è espressamente disconosciuta", altrettanto vero è che “"La scrittura privata prodotta in giudizio si ha per riconosciuta: ... 2) se la parte comparsa non la disconosce o non dichiara di non conoscerla nella prima udienza o nella prima risposta successiva alla produzione” (art. 215 c.p.c.).

 

Ebbene, lo stesso istituto del disconoscimento – precisa la Corte – è applicabile sia alle copie delle scritture private che alle copie degli atti pubblici, posto che entrambi fanno piena prova fino a querela di falso, ai sensi degli artt. 2700 e 2702 c.c.. Ed analogamente, anche l’art. 2719 c.c. si applica anche alle copie degli atti pubblici.

 

Pertanto, in caso di disconoscimento, il Giudice ha l’obbligo di accertare l’autenticità delle sottoscrizioni apposte sull’avviso di ricevimento della raccomandata afferente all’atto impositivo, ferma restando la facoltà di accertare tale conformità anche aliunde, “essendogli altrimenti precluso tenerne conto ai fini della decisione”.

 

Su tali base di è stato dunque ritenuto dalla Suprema Corte che, in definitiva, il disconoscimento da parte del contribuente dell’avviso di ricevimento dell’atto impositivo ad esso asseritamente notificato dall’A.f., onera la stessa l’A.f. a produrre l’originale dell’avviso di spedizione dell’atto che - se prodotto - fa prova fino a querela di falso.

Ma se non è prodotto l’originale, la fotocopia della relata di notifica espressamente disconosciuta non ha la stessa efficacia dell’atto pubblico e, pertanto, in relazione alla stessa non deve essere esperita alcune querela di falso, il cui giudizio può svolgersi unicamente sull’originale.

 

Ed infatti, conclude la Corte che “poiché la società, in sede di controdeduzioni in appello, ha disconosciuto espressamente la sottoscrizione apposta sull'avviso di ricevimento dal proprio legale rappresentante, l'Agenzia delle entrate avrebbe però dovuto produrre il documento in originale, al fine di consentire alla ricorrente di proporre querela di falso, il cui giudizio deve necessariamente svolgersi sull'originale (Cass., 30 settembre 2011, n. 19987) … Il giudice di appello, quindi, ha errato nell'affermare che la società, dopo aver espressamente disconosciuto la sottoscrizione … vergata nella copia dell'avviso di ricezione, avrebbe dovuto e potuto ‘tempestivamente proporre querela di falso, lasciando all'amministrazione in quella sede il dovere di produrre il richiesto originale’".

 

Il principio posto dalla Cassazione lascia dunque intendere che possono essere risolte attraverso l’istituto del disconoscimento eventuali incertezze sulla data di notifica e sulla effettiva ricezione dell’atto impositivo da parte del contribuente, attestata da una firma che non corrisponde alla sottoscrizione autografa del soggetto destinatario.

 

Il disconoscimento tempestivamente effettuato onera infatti l’A.f. alla produzione dell’originale dell’atto disconosciuto, senza che il contribuente debba al contempo proporre la querela di falso nel caso di mancata produzione dell’originale.

 

Qualora, poi, l’Agente della Riscossione o l’Agenzia delle Entrate non sia in grado di esibire alcun documento originale della notifica dell’atto impositivo, come specificato dalla Cassazione, viene meno la prova e con essa l’esistenza dell’atto che non può darsi per notificato al contribuente, non avendo la mera fotocopia disconosciuta la stessa efficacia di una relata di notifica in originale.

 

Avv. Giuseppe Marino -  Avvocato tributarista cassazionista in Roma

Avv. Giorgia Alesse

 

 

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