La CTP di Napoli annulla un avviso di accertamento da 4 milioni di euro. Sanzionata la nullità dell’avviso per violazione del diritto al contraddittorio preventivo.

11 luglio 2017

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la nota sentenza n. 24823 del 9 dicembre 2015, si sono pronunciate sull’annosa questione circa l’esistenza di un obbligo generalizzato di contraddittorio preventivo per tutti gli accertamenti fiscali, compresi quelli istruiti “a tavolino”, senza verifica presso i locali del contribuente.

La questione, come ormai noto, prende le mosse dall’art. 12, comma 7, dello Statuto del contribuente (Legge n. 212/2000), in base al quale, dopo il rilascio del pvc da parte dei Verificatori che hanno eseguito delle attività ispettive presso la sede del contribuente, devono trascorrere sessanta giorni prima che il Fisco possa notificare il relativo avviso di accertamento, durante i quali il contribuente può formulare osservazioni che l’Ufficio è tenuto a valutare.

Le Sezioni Unite, in proposito, hanno stabilito che l’atto impositivo emesso prima del decorso del predetto periodo sospensivo è nullo, atteso che la sua finalità è quella di tutelare l’effettivo dispiegarsi del contraddittorio endoprocedimentale, che costituisce espressione dei principi di derivazione costituzionale di collaborazione e buona fede tra Amministrazione finanziaria e contribuenti, sempreché non sussistano ragioni di motivata urgenza che legittimino l’emissione anticipata dell’atto impositivo (cfr. Cass. SS.UU., sent. n. 18184/2013).

Come si evince chiaramente dalla formulazione testuale della disposizione statutaria, le tutele da essa prevista a favore del contribuente operano limitatamente a verifiche, ispezioni ed accessi eseguiti presso la sua sede.

Sebbene il dato normativo sia pacifico, sono state necessarie diverse pronunce che sancissero il principio (cfr. Cass. sent. n. 6088/2011, n. 10381/2011, n. 20770/2013, n. 2594 e n. 5373/2014).

Nel 2014, però, le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 19667/2014, avevano stabilito, senza mezzi termini e per la prima volta, che esiste nell’ordinamento un “diritto al contraddittorio”, cioè il diritto del destinatario del provvedimento ad essere sentito prima dell’emanazione di questo, realizzandosi così “l’inalienabile diritto di difesa del cittadino, presidiato dall’articolo 24 Cost., e il buon andamento dell’amministrazione, presidiato dall’articolo 97 Cost.”. Inoltre, gli Ermellini hanno aggiunto che a detto principio immanente nell’ordinamento va data “attuazione anche in difetto di una espressa e specifica previsione normativa”.

Tale decisione, di fatto, si è posta nella prospettiva di un obbligo generalizzato di contraddittorio endoprocedimentale, dovendosi esso applicare anche ai controlli c.d. “a tavolino”, cioè presso gli Uffici dell’Amministrazione finanziaria, pur in assenza di una specifica norma in tal senso e della relativa sanzione di nullità nel caso di omissione del confronto.

Con la citata successiva sentenza n. 24823/2015, le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che l’obbligo del contraddittorio preventivo rileva certamente per i c.d. "tributi armonizzati", ovvero tutti quelli regolamentati a livello comunitario, quali tipicamente l’IVA o i dazi doganali.

Per questi ultimi, infatti, occorre rifarsi - hanno puntualizzato i Supremi giudici - alla normativa comunitaria, come interpretata della Corte UE.

Diversamente dall’ordinamento interno, esiste in quello comunitario un obbligo generalizzato di contraddittorio preventivo, come sancito dall’ormai nota sentenza Sopropè (causa C-349/07 del 18 dicembre 2008), che costituisce il leading case in materia.

Riprendendo tale accezione sostanzialistica del principio sancito dalla Corte di Giustizia UE, i Supremi giudici hanno stabilito che, per quanto concerne i tributi armonizzati, qualora il contribuente intenda eccepire la violazione dell’obbligo di contraddittorio, spetta a questi allegare i motivi specifici che avrebbe addotto in sede di confronto con il Fisco, dimostrando così che tale eccezione non è meramente pretestuosa.

Venendo ad un recente caso deciso dalla Commissione Tributaria Provinciale di Napoli (sent. n. 11098 del 23.6.2017, che ha accolto un ricorso tributario proposto dall'Avv. Giuseppe Marino, scaricabile qui), la contribuente godeva pienamente del diritto al contraddittorio preventivo trattando l’impugnato accertamento di tributi armonizzati (IVA, per un importo di circa € 800.000,00), e se solo fosse stata convocata dall’Ufficio avrebbe potuto dimostrare l’erroneità della pretesa erariale in base alle ragioni meglio esposte nel presente ricorso, ed in particolare: 1) la decadenza del potere impositivo per il periodo d'imposta 2010; 2) il fatto che la ricorrente, essendo cessata dalla carica di legale rappresentante della società verificata a metà del 2011, non aveva né firmato il bilancio 2010 né le dichiarazioni IVA e dei redditi per il 2010 – presentati successivamente -, per cui non poteva essere qualificata come “autore della violazione” contestata alla società dall'Agenzia delle Entrate; 3) il fatto che la ricorrente, in base all’art. 7, legge n. 269/2003, non poteva essere responsabile per le sanzioni ascrivibili alla società, e comunque mai e poi mai per le imposte pretese dovute da quest’ultima, non sussistendo alcuna norma in tal senso.

La lesione del diritto della ricorrente al preventivo contraddittorio (obbligatorio in tema di accertamento IVA, come precisato dalla Corte di Cassazione con la sent. n. 24823/2015), costituiva, dunque, un motivo pregiudiziale di nullità dell’impugnato impugnato avviso di accertamento (a cui poi facevano seguito ulteriori motivi di illegittimità, anche nel merito, della pretesa erariale)

Veniva quindi richiesta al giudice, per tale motivo pregiudiziale, la declaratoria di illegittimità dell’avviso di accertamento impugnato.

Ciò detto, la CTP di Napoli, per mezzo della cennata sentenza, ha accolto tale motivo pregiudiziale e, dichiarata la violazione del diritto della ricorrente al contraddittorio preventivo, ha annullato in toto l'impugnato avviso di accertamento dell'Agenzia delle Entrate.

La sentenza appare corretta e meritevole di pubblicazione, dati anche gli interessanti richiami giurisprudenziali ivi contenuti.

Avv. Giuseppe Marino

Avvocato tributarista cassazionista in Roma

 

Studio di consulenza fiscale e tributaria Avv. Giuseppe Marino

Proponi un quesito o richiedi un appuntamento per una consulenza legale tributaria su questo argomento allo

Studio Legale Tributario Marino

Via Ruffini 2/a - 00195 Roma - Tel. 06/3217567 - 06/3217581 

www.studiomarino.net 

email: g.marino@studiomarino.net

Archivio news